HomeRadio Vaticana
foto testata   
altre lingue  

Home > Giustizia e Pace > notizia del 2013-05-23 06:56:31
A+ A- Stampa articolo



Rapporto Amnesty: tortura in 112 Paesi, in 80 processi iniqui. Il dramma dei profughi



112 Paesi hanno torturato loro cittadini, in 80 si sono svolti processi iniqui, in altri 57 prigionieri di coscienza sono rimasti in carcere. Sono le percentuali più significative del rapporto annuale di Amnesty International, che riporta le violazioni dei diritti umani in 159 Paesi e territori. Il volume del 2013 sottolinea come il mondo sia sempre più pericoloso per rifugiati e migranti. Francesca Sabatinelli:RealAudioMP3

Fuggono dalle violazioni e dai conflitti, cercano rifugio e migliori opportunità , finiscono con il divenire una “sottoclasse globale”, i loro diritti non vengono protetti, ma infranti, “in nome del controllo dell’immigrazione, agendo ben al di là delle legittime misure di controllo alle frontiere”. Il rapporto Amnesty 2013 ci ricorda che i migranti sono 214 milioni, che 12 milioni sono gli apolidi, che 15 milioni sono registrati come rifugiati, per tutti loro il mondo è sempre più pericoloso. Per loro varcare il confine di un Paese è più difficile che per le armi. Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty Italia:

“Il tema dell’immigrazione è il tema dei conflitti, delle crisi che producono gli spostamenti, e non viene affrontato se non in maniera populista e molto dannosa nei confronti delle persone stesse. Per cui si tende a proteggere molto le frontiere, per tutto quello che riguarda l’accesso di persone in fuga, persone in cerca di protezione. Questi milioni e milioni di persone sono quelle che più si trovano assolutamente in pericolo, esposte a qualsiasi tipo di abuso. Parliamo di stupri per le donne, parliamo di vittime di tratta per donne e bambini, parliamo di lavoro forzato, di schiavitù”.

Sono moltissime le crisi e le guerre che hanno spinto l’anno scorso milioni di persone a fuggire dai loro Paesi. Il conflitto in Siria ha registrato finora almeno 1.400.000 profughi approdati nei Paesi vicini, soprattutto Libano. Ma nel rapporto si citano anche fughe dalla Corea del Nord, al Mali, che ha visto il suo anno peggiore per le violazioni, dalla Repubblica Democratica del Congo, al Sudan, paesi dilaniati dal conflitto armato.

“Ci sono alcuni Paesi che, in particolare, si distinguono per violazioni gravissime. In Corea del Nord abbiamo campi di prigionieri politici; sappiamo pochissimo e quello che sappiamo lo sappiamo per coraggiosissimi singoli individui, che riescono a far filtrare un po’ di informazioni. Siamo molto preoccupati per la situazione in Siria e per quanto questa situazione sta creando anche in termini di stabilità dei Paesi attorno alla Siria. Siamo non meno preoccupati dell’area del Mediterraneo come Amnesty International Italia. E’ un’area con cui siamo non solo in relazione, ma verso cui facciamo molta attenzione, perché questi sono Paesi che hanno sempre dato un grande spiraglio di apertura e in cui invece assistiamo ad un retrocedere. Parliamo dell’Egitto, della Tunisia. Quindi siamo particolarmente attenti a questi Paesi. Proprio in questi giorni cerchiamo di capire cosa stia succedendo. I nostri ricercatori sono molti attenti all’evoluzione in Iran, a causa delle elezioni”.

La Siria è sotto la lente di ingrandimento, per la sistematica violazione dei diritti umani da parte dei fedeli al regime di Damasco che hanno continuato a compiere attacchi indiscriminati e mirati contro i civili e a sottoporre i sospetti oppositori a sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie, torture ed esecuzioni extragiudiziarie. A loro volta, i gruppi armati hanno proseguito a catturare ostaggi e a compiere esecuzioni sommarie e torture, seppur su scala minore. Avverte l’organizzazione: non si sa cosa potrà accadere in futuro se non ci sarà un intervento della comunità internazionale. Basta quindi con la scusa che i diritti umani “sono una questione interna”: il consiglio di sicurezza dell’Onu deve agire e fermare gli abusi. Il rapporto sviscera tutte le nefandezze dei governi, si va dalla repressione dei minatori in Sudafrica, che ha provocato oltre 30 morti, ai conflitti sociali per le risorse naturali in America Latina, dalla violenza in Afghanistan, che nel 2012 registra il picco di civili uccisi, all’uso della tortura da parte delle forze di polizia in vari paesi, tra i quali Guinea, Etiopia, Senegal e Zimbabwe. Un gravissimo problema è rappresentato dall’aumentata violenza sulle donne, così come contro i giornalisti e i difensori dei diritti umani, violazioni queste che attraversano tutti le regioni esaminate da Amnesty. La repressione della libertà di espressione è stata documentata in 101 paesi, tra i quali Cambogia, Maldive, Sri Lanka, India, e poi c’è il paravento della crisi economica utilizzato dagli stessi paesi europei per coprire le mancanze degli strumenti di tutela dei diritti umani:

“Il 2012 è proprio un anno che, dal nostro punto di vista, è, insopportabilmente, pieno di violazioni. Sicuramente per quello che concerne l’attenzione dei Paesi più ricchi nei confronti dei diritti umani, si è usato il velo della crisi economica per mascherare di fatto un’insensibilità e una mancanza di attenzione di intervento. Questo lo abbiamo rilevato anche molto recentemente e abbiamo fatto un’uscita pubblica con Grecia, Portogallo e Spagna per dire che la crisi finanziaria, la crisi economica non può essere il motivo per cui l’Unione Europea e i singoli Stati europei evitino costantemente o addirittura violino costantemente i diritti umani dei residenti negli Stati europei e dei migranti che da noi arrivano. C’è, comunque, anche una situazione grave a livello mondiale di diseguaglianza e di povertà costante, che non viene adeguatamente risolta”.

Il capitolo Italia non manca di testimoniare una progressiva erosione dei diritti umani, di ritardi e vuoti legislativi non colmati, di violazioni gravi e costanti, si pensi alla violenza omicida contro le donne, agli ostacoli che incontra chi chiede giustizia per coloro che sono morti mentre si trovavano nelle mani di agenti dello stato. “E’ giunto il momento di fare riforme serie nel campo di diritti umani”, dice Antonio Marchesi, presidente di Amnesty Italia, pronta ad avanzare richieste al nuovo governo italiano di Enrico Letta.

“Noi chiediamo sicuramente una sospensione degli accordi con la Libia. Non è un obiettivo facile ed è evidentemente un obiettivo ambizioso per Amnesty. Riteniamo, però, che sia una richiesta molto giustificata, perché il nuovo governo transitorio libico non garantisce il rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Collaborare nella gestione dei flussi migratori con questo interlocutore e in queste condizioni non è possibile, senza mettere a repentaglio la vita e l’integrità di tante persone. Non c’erano, quindi, proprio i presupposti per firmare l’accordo firmato dalla Cancellieri a suo tempo e noi riteniamo che non ci siano ancora e debba esserne quindi sospesa l’applicazione. Cosa ci aspettiamo? Speriamo che almeno la cancellazione del reato di immigrazione clandestina possa essere un obiettivo raggiungibile. Sarebbe una cosa semplice: non richiede tempo, non ha costi particolari, anche perché è stato accertato, non da noi, ma dal precedente governo, che ha prodotto pochissimi effetti. Rimane quindi una specie di norma manifesto, reato manifesto. Noi riteniamo che sia anche profondamente iniquo, perché colpisce persone che, in realtà, reati non ne hanno veramente commessi, perché non hanno commesso reati contro il patrimonio, contro le persone, contro la sicurezza, e sono semplicemente irregolari sul territorio da un punto di vista amministrativo. Ed è contrario agli standard internazionali, che limitano la privazione della libertà a condizioni molto speciali e per un periodo di tempo molto limitato e non consentono questa privazione generalizzata della libertà di tutti coloro che non hanno i permessi in regola”.

Non si devono però tralasciare le buone notizie, come la crescente ritirata della pena di morte, sebbene in Gambia si siano registrate le prime esecuzioni dopo 30 anni, e poi l’adozione nell’aprile 2013 di un trattato delle Nazioni Unite sul commercio di armi, il che, spiega Amnesty, “fa crescere la speranza che le forniture di armi che possono essere usate per commettere atrocità saranno fermate”.




Condividi






Chi siamo Schedule Contatti Produzioni RV Links Elettrosmog Museo RV Altre lingue Santa Sede SCV Cerimonie
All the contents on this site are copyrighted ©. Webmaster / Credits / Note Legali / Per la pubblicitá