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Home > Politica > notizia del 2013-06-13 14:27:52
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Degenera lite in strada a Roma: un morto e un ferito. Intervista con il prof. Cantelmi



Ha suscitato scalpore l’ennesimo episodio di violenza in città: ieri a Roma, nel quartiere di San Basilio, una lite tra automobilisti è degenerata in tragedia con l’accoltellamento di un ragazzo e l’uccisione dell’aggressore a colpi di pistola da parte di una guardia giurata, padre del giovane. I parenti della vittima hanno poi assalito l’ambulanza per impedire i soccorsi del figlio dell’omicida, picchiando tre sanitari, uno dei quali ha riportato la frattura della spalla. Un episodio inaccettabile per il neosindaco Ignazio Marino. Ma come interpretare tanta ferocia? Paolo Ondarza lo ha chiesto a Tonino Cantelmi, presidente dell’Associazione Italiana Psichiatri e psicologi cattolici:RealAudioMP3

R. – Non c’è dubbio: tanti indicatori ci dicono che l’aggressività, la rabbia, la modalità conflittuale di risolvere i nostri rapporti sia in incremento. Questo incremento lo osserviamo, per esempio, attraverso forme drammatiche e feroci come il cyber-bullismo, oppure attraverso una sostanziale incapacità dell’uomo di oggi di risolvere i conflitti se non ricorrendo a cortocircuiti aggressivi davvero imprevedibili. C’è una sostanziale mancanza di empatia, come dice Bauman; si è rotta una capacità di legami reali a favore di legami virtuali che creano una sostanziale difficoltà a guardarci negli occhi, a litigare ma poi anche a stringerci la mano.

D. – Lei crede che l’insoddisfazione che si respira anche per altri motivi – pensiamo alla crisi economica, alla sfiducia nella politica – in qualche modo possa contribuire a questa aggressività?

R. – Io credo che la mancanza di punti di riferimento, il crollo di quasi tutte le istituzioni fa sì che ci sia un individualismo esasperato che non ha più confronti con qualcosa che vada al di là del singolo. Insomma, stiamo esaltando in maniera eccessiva l’elefantiasi del nostro io …

D. – Aumento dell’individualismo, che va di pari passo con l’incremento dell’utilizzo di Internet per relazionarsi?

R. – La tecnologia digitale e la sua rivoluzione stanno sconvolgendo i nostri rapporti, forse più di quanto immaginiamo. I nostri bambini vivono in un mondo di videogiochi decisamente troppo aggressivo per loro: si abituano fin da piccoli a gestire gli avatar e con un click ricominciare daccapo. Questo diminuisce un po' il senso della responsabilità del nostro agire, tant’è che quando i piccoli bulli vengono interrogati in genere dicono: “Ma, noi non ci siamo resi conto di quello che stavamo facendo, non pensavamo di fare tanto male, non pensavamo di fare soffrire così l’altro”.

D. – Siamo avviati verso una società di rapporti sempre meno empatici: ma si può invertire la rotta?

R. – Ma … questo sta a noi! Qui c’è un grosso problema generazionale: i genitori di oggi sono degli adulti con comportamenti adolescenziali che vogliono bene ai loro figli ma non sono capaci di trasmettere loro lezioni di vita, valori, punti di vista … Insomma, siamo genitori a volte silenziosi, vigliacchi, che ci nascondiamo, cerchiamo di non vedere quello che invece dovremmo vedere. E questo, ovviamente, viene amplificato ed esaltato da una tecnologia decisamente pervasiva.

D. – Il tema rientra nell’ambito dell’emergenza educativa, più volte sottolineata dalla Chiesa negli ultimi tempi …

R. – E direi che la Chiesa è la realtà che maggiormente si è interrogata su questo, denunciando soprattutto il silenzio degli adulti. I bambini e gli adolescenti anziché ribellarsi agli adulti, come forse facemmo noi, tendono ad essere indifferenti, e quindi si creano due mondi: quello degli adulti – un mondo a volte ripiegato su se stesso, narcisista, involuto – e quello dei bambini e degli adolescenti che viaggia per conto proprio.

D. – Parlare di assenza, di carenza di comunicazione reale non vuol dire però demonizzare la comunicazione virtuale, ovvero quello dei social network …

R. – Direi che anche su questo forse la parola più interessante l’ha detta Benedetto XVI parlando di porte nuove che si aprono per l’evangelizzazione; ma in altri termini, il discorso è questo: la socializzazione virtuale è un fatto ineludibile, nessuno può pensare di fermarla. Il punto fondamentale è che dev’essere accompagnata da una capacità di socializzazione reale che sia altrettanto efficace e altrettanto affascinante.

D. – Per chiudere: come far sfogare questa aggressività in maniera non violenta?

R. – Probabilmente, abbiamo bisogno di adulti coraggiosi che abbiano voglia di mettersi in gioco e che, soprattutto, abbiano voglia di trasmettere alle nuove generazioni una visione della vita. Insomma, bisogna fare in modo che non sia Google a dare le risposte ai giovani, ma che siamo ancora noi adulti, a darle.




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