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Home > Politica > notizia del 2013-06-13 14:21:35
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Denuncia Onu: nel conflitto in Siria, più di 93 mila vittime



Washington e Londra aprono ai ribelli siriani con la revoca di importanti sanzioni economiche per fornire aiuti alle aree liberate. Intanto, dopo gli ultimi attacchi sul Libano, e la minaccia del governo di Beirut di schierare l’esercito, il regime di Assad si impegna a rispettare la sovranità del Paese. Sul terreno prosegue l’avanzata delle truppe governative su Aleppo, mentre l’Onu denuncia: le uccisioni continuano a livelli oltraggiosi, più di 93 mila le vittime dall’inizio del conflitto, 6 mila e 500 sono bambini. Al microfono di Cecilia Seppia il commento di Lorenzo Trombetta, corrispondente da Beirut per "Limes" e l’Ansa.RealAudioMP3

R. - Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono quelli che almeno nella loro retorica, insieme alla Francia, dimostrano un atteggiamento più interventista. Questa nuova affermazione va inserita nel timore che con l’avanzata delle truppe di Assad e quelle Hezbollah - non soltanto nella regione di Homs ma anche in quella meridionale di Darhaa ed in quella settentrionale di Aleppo - il fronte filo Assad possa prendere il sopravvento dal punto di vista militare. Allora, ecco che l’Occidente "si ricorda" che forse questi ribelli andrebbero aiutati.

D. – Intanto, si attende questa conferenza di "Ginevra 2" per trovare una soluzione politica alla crisi. Secondo te, c’è la reale possibilità che avvenga, che si faccia?

R. – No. Se si realizzerà sarà una "passerella" di politici, di ministri e di diplomatici con un bel documento finale in cui si invitano le parti a cessare il fuoco, allo scambio di prigionieri… Di fatto, le parti in conflitto – sia quelle che sono sul terreno, sia quelle che lo sostengono fuori dalla Siria – per adesso non sembrano avere l’interesse a metter fine alla guerra. Certo, l’Occidente cerca un interlocutore unico - vuole quasi un altro Assad con cui parlare - ma questo non c’è: non c’è né sul terreno, che sconfessa ogni giorno di più le opposizioni quelle tradizionali che sono all’estero, che sono in esilio, ma non c’è nemmeno fuori, perché vediamo questa coalizione siriana composta da varie entità che però non riesce veramente a superare le loro divisioni.

D. – C’è poi la questione Libano: da un lato il regime di Assad si impegna a rispettare la sovranità del Paese e dall’altra Beirut ha minacciato una risposta immediata a qualsiasi nuovo attacco. Quindi, su questa linea di confine la situazione è ancora molto tesa ed incerta…

R. – Sì, è una linea di confine che tra l’altro non è mai stata demarcata sul terreno, quello è un confine nominale sulla carta ma le famiglie e la storia di quella regione indicano una completa continuità economica, sociale e culturale. Questo si riflette anche in una situazione di violenze e di conflitto. Damasco non ha mai considerato il rispetto della sovranità libanese come una priorità ed ovviamente questi attacchi li fa in nome di operazioni anti terrorismo. Certo, il Libano dopo quel bombardamento inedito – perché ha colpito la piazza del municipio, di una località in pieno territorio libanese – non poteva stare a guardare. Però, vista anche la situazione istituzionale libanese, dove gli Hezbollah alleati di Damasco e numerosi altri alleati di Damasco in Libano, sono più o meno ancora al governo, è difficile che il Libano prenda veramente una posizione contro il regime siriano.

D. – In tutto questo, l’Onu sta cercando di aumentare la capacità di autodifesa della sua missione nel Paese portando il numero dei caschi blu a circa 1250 unità, ci sarebbe anche l’idea di una forza di pace scandinava. Come possiamo considerare questa decisione?

R. – Da questo punto di vista, forse è l’elemento di maggior concretezza perché sia Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, sia l’inviato speciale dell’Onu, Lakhdar Brahimi, ieri hanno parlato a più riprese con le autorità svedesi proprio per sondare una disponibilità di Stoccolma che sembra essere concreta. La Svezia chiede di essere al comando di una forza multinazionale panscandinava – insieme a Finlandia, Danimarca e Norvegia – chiede anche il comando della missione Undof, la missione Onu sul Golan. Chiede però – e questo è l’elemento più importante, dirimente – che vengano cambiate le regole di ingaggio: chiedono almeno di poter rispondere a chi gli spara addosso. Questo sarebbe un altro punto inedito, perché nella missione di Undof, che va avanti dal 1974, le regole di ingaggio sono state sempre piuttosto blande.




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