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Home > Cultura e Società > notizia del 2013-06-16 10:42:33
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Digital Kids: bambini compressi tra tecnologie e mercato



“Digital Kids: bambini, televisione e new media” il titolo di una ricerca promossa dall’Università popolare Upter insieme alle associazione Modem e Mixmedia, che ha coinvolto oltre 600 ragazzi tra gli 8 e i 15 anni, contattati nelle scuole di grandi, medi e piccoli centri urbani, sparsi sull’intero territorio italiano. Lo studio è stato presentato in un Convegno a Roma. Roberta Gisotti ha intervistato il coordinatore della ricerca Pino Nazio, sociologo, scrittore ed autore televisivo.RealAudioMP3

In 33 pagine una foto istantanea di come bambini e ragazzi di oggi usano e sono usati – possiamo dire - da vecchi e nuovi media, nell’indifferenza un po’ generale delle famiglie, della scuola, della politica, tutti travolti da tecnologie e mercato.

R. – Abbiamo scoperto che la televisione, soprattutto tra i più piccoli, ancora, è l’elettrodomestico con cui i giovanissimi passano la maggior parte del loro tempo. Naturalmente, anche quelli che abbiamo chiamato i new media hanno un peso notevole, perché i bambini sono sempre più tecnologici, sempre più attratti dal cellulare, dal tablet, dal computer e lo usano con una grande capacità: usano tutte le funzionalità che questi strumenti danno loro. Quindi, fanno fotografie, comunicano, messaggiano … e c’è anche da considerare che molto spesso sono senza controllo e sappiamo anche quanto i filtri a volte siano inefficaci.

D. – Si parla, nella ricerca, di “scomparsa dell’infanzia” …

R. – Sì, c’è una sorta di appiattimento, vale a dire: i più piccoli tendono sempre di più ad assomigliare – nei comportamenti, nei costumi, nei consumi – a quelli più grandi di loro. La pre-adolescenza viene quasi compressa, diventa una grande area dove questi ragazzini vengono ad essere omologati. Questo ha degli aspetti positivi ma ne ha tanti altri negativi: i bambini hanno diritto ad essere bambini, il diritto a vivere la loro dimensione di gioco, a vivere anche tutti i sogni, tutte le fantasie, tutto quello che noi sappiamo e che molto prima di loro abbiamo vissuto.

D. – Telefonini, smartphone, tablet: possiamo dire che manca il tempo della riflessione, dell’introspezione in un’età in cui la personalità è in formazione?

R. – Non è tanto lo strumento in sé, che viene usato dai bambini, a rappresentare un rischio o anche una sorta di pericolosa autoreferenzialità. E’ il fatto che molti di questi consumi, a cominciare dalla televisione, avvengono in modo solitario: allora, manca il confronto con i grandi, perché la televisione se fruita insieme ad un grande molto spesso ha un altro significato che non se vissuta da soli, magari nella propria stanzetta. Anche la possibilità di comunicare con gli altri: se si passa dalla fase virtuale a quella reale, non si creano grossi problemi. Invece, noi abbiamo evidenziato, nella ricerca, un dato che ci ha fatto preoccupare perché – ad esempio – insieme al fatto che circa il 70 per cento dei ragazzi di 15 anni non legge libri al di fuori di quelli scolastici, c’è anche il fatto che vivono una maggiore solitudine. Infatti, a 15 anni solo un ragazzino su tre incontra gli amici tutti i giorni …

D. – Queste ricerche sull’uso dei media da parte dei giovani, spesso poi cadono nel ‘dimenticatoio’. A che punto siamo nei progetti di media education? Se n’è parlato tanto nei decenni passati, ma si è visto ben poco …

R. – Si fanno continuamente comitati; ci sono commissioni, proposte di legge, tavoli che affrontano questo problema ma che poi, di fatto, raramente e con molta difficoltà, arrivano a prendere iniziative. Questo, naturalmente, ha delle responsabilità. Da una parte abbiamo il proliferare di iniziative commerciali, che non vorrebbero avere nessun vincolo, nemmeno di fronte ai bambini, che vivono un periodo della vita così importante che andrebbe salvaguardato, che andrebbe ritenuto un tesoro da tenere molto in considerazione; invece purtroppo spesso gli interessi commerciali fanno cadere in secondo piano l’interesse verso questa fascia di età. Ma poi abbiamo anche i ritardi della politica, presa da tante altre cose. Da questo convegno è uscita anche un’indicazione a recuperare, attraverso le associazioni e le istituzioni, i molti professionisti impegnati in questo ambito e la scuola, un impegno per essere da pungolo verso chi dovrebbe prendere dei provvedimenti. Allora, se non c’è un’attenzione continua e costante dei cittadini, dei genitori, della scuola su queste tematiche, naturalmente nessuno se ne occupa. Le televisioni, chi gestisce i media e i new media in particolare, naturalmente non hanno nessun interesse che ci siano delle regole. Il mercato vive molto di più e molto meglio se è completamente sregolato.

D. – Quindi, ripartire dal territorio?

R. – Anche dal territorio. Il territorio è importante, perché lì si formano i rapporti tra le persone, lì si forma il passa-parola, non disdegnando – ovviamente – in questa forma di pressione tutto ciò che sono, appunto, i new media, perché questo permette di fare un tam-tam a livello nazionale e di diffondere molto più velocemente le idee.




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