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Home > Politica > notizia del 2013-06-16 10:42:54
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Giornata mondiale del Bambino Africano: vittima delle più disagiate condizioni al mondo



Si è celebrata ieri, come ogni anno dal 1976, la Giornata mondiale del Bambino Africano in ricordo delle giovani vittime del massacro di Soweto, in Sudafrica, durante una manifestazione per il diritto all’istruzione contro l’apartheid. E’ l’occasione per fare il punto sulla condizione dell'infanzia africana, la più numerosa sulla popolazione totale, ma anche la più disagiata per indicatori di salute e benessere. Sono tutti africani i 10 Paesi con il tasso di mortalità, sotto i 5 anni, più alto del mondo e sono oltre 45 milioni i bambini della zona subsahariana che non frequentano la scuola. Per non parlare di bambini vittime di violenze, come le mutilazioni genitali o i matrimoni precoci. Lucas Duran ha intervistato Gianfranco Morino, chirurgo al Neema Hospital di Nairobi, in Kenya, e tra i fondatori della World Friends Onlus, che opera tra le fasce più deboli delle popolazioni africane con un obiettivo preciso:RealAudioMP3

R. – E’ proprio questo cammino verso la soddisfazione di diritti umani fondamentali, cioè il diritto alla salute, al cibo, all’abitazione e alla protezione sociale. Ed è un cammino ancora veramente lungo. Ogni giorno – pensate – soltanto in Kenya sono 300 mila i ragazzi sotto i 15 anni che vivono sulla strada.

D. – Chi sono i beneficiari, fondamentalmente, della vostra azione, in particolare in Kenya?

R. – Sono tanti. Negli ultimi anni ci siamo concentrati soprattutto sulla salute materno-infantile e sulla formazione degli operatori socio-sanitari. Soltanto l’anno scorso, a livello di pazienti, il “Neema”, questo ospedale che confina con le grandi baraccopoli a nordest di Nairobi, che è cresciuto, ha avuto 115 mila pazienti, con la maternità che registrato circa duemila parti al suo primo anno di attività, più altre decine di migliaia di ragazzi coinvolti nei programmi all’interno delle baraccopoli: dal programma di riabilitazione della disabilità, ai programmi di educazione sanitaria nelle scuole, fino a una delle ultime iniziative che è una scuola di musica che ogni settimana coinvolge quasi 80-90 bambini.

D. – Quali sono attualmente gli obiettivi? Dove volete, dove potrete arrivare?

R. – Da una parte, completare questo centro ospedaliero con la pediatria, come pure continuare con la formazione.

D. – Voi state cercando anche di portare assistenza anche a coloro che, magari, non possono arrivare fino al “Neema Hospital”, grazie ai medical camps: di che si tratta?

R. – Ogni mese, in una baraccopoli diversa, su richiesta della gente, si reca un team; in genere abbiamo 200-300 pazienti, cure totalmente gratuite, visite gratuite, e poi il riferimento al “Neema” in caso di bisogno. Il 70 per cento dei pazienti che incontriamo non hanno mai visto un medico per motivi essenzialmente finanziari.

D. – Qual è la reazione da parte istituzionale?

R. – Sicuramente noi – per tutto quello che facciamo – abbiamo l’approvazione dei vari ministeri. La collaborazione è fondamentale e, nel tempo, anche l’apprezzamento. Dall’altra parte, rimane il fatto di essere – pur non volendolo – competitori su quella che è la medicina a Nairobi, perché l’altra parte della città, quella che se lo può permettere, va in ospedali privati, con costi altissimi. Per cui, è una medicina fondamentalmente commerciale. Tuttavia, a molti pazienti che vengono al “Neema” non interessano questi ospedali perché o sono sieropositivi o non potrebbero assolutamente permettersi nessun tipo di cura.

D. – Dr. Morino, quanto è cambiata – se è cambiata – la situazione in meglio o in peggio, da quando lei è arrivato a Nairobi?

R. – Bè, io sono arrivato nel 1986 e sicuramente per determinati aspetti sociali è cambiata in peggio: sono aumentati gli abitanti delle baraccopoli, è aumentato il divario sociale … Tuttavia, sicuramente sta nascendo – almeno da alcuni anni – una società civile di giovani, anche ragazzi nati in baraccopoli. Se penso soltanto ad una parte di collaboratori di World Friends, ad esempio i nostri responsabili del programma di educazione nelle scuole, loro sono ragazzi che sono nati in baraccopoli e hanno saputo tirarsene fuori, naturalmente con aiuto, anche, con borse di studio. Ritengo che sia questa la via da seguire: riuscire comunque a investire sui giovani, sulla formazione; altrimenti cade la speranza …




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