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Home > Politica > notizia del 2013-06-19 20:12:43
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Mons. Zenari: la comunità internazionale spinga al più presto per una soluzione politica in Siria



Peggiora sempre di più la situazione in Siria, a causa di una guerra che ormai non risparmia nessuno e che ogni giorno causa decine di morti in tutto il Paese. Nonostante l’escalation di violenza, la comunità internazionale non riesce a giungere ad una soluzione politica. Anche il G8, appena concluso in Irlanda del Nord, non ha portato a risultati concreti. Salvatore Sabatino ne ha parlato con mons. Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, in questi giorni a Roma, per la plenaria della Roaco:RealAudioMP3

R. – Purtroppo, la strada – si sa – è in salita, una salita molto ardua, e naturalmente quello che ci aspettiamo dalla comunità internazionale è che aumenti un po' l’incoraggiamento o anche la pressione sulle parti in conflitto, perché chi ne sta pagando le spese è la povera gente e lì sul terreno vediamo che ogni giorno che passa la situazione si deteriora e la povera gente ormai patisce: patisce enormemente le conseguenze di questi due anni e più di conflitto.

D. – La comunità internazionale si presenta divisa: alcuni Paesi, come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia spingono per dare aiuti diretti in armi ai ribelli. Questo non rischia, poi, di peggiorare la situazione, considerando che le armi potrebbero finire nelle mani degli islamisti?

R. – Dal nostro punto di vista cristiano, direi, che è un po’ l’opposto di quello che noi ci auguriamo che sarebbe piuttosto cercare di arrivare ad un disarmo degli uni e degli altri. Su questa strada credo che non si possa sperare granché, anzi: potrebbe complicare le cose! Come dico, una cosa è vincere la guerra e un’altra cosa è vincere la pace. Insomma, quello che si deve cercare di ottenere è vincere la pace e quindi terminare con buoni compromessi, con una buona soluzione politica questo conflitto. Questa è l’unica via: altre vie credo possano arrivare a complicare le cose.

D. – Lei ha lasciato Damasco solo da qualche giorno; poco tempo fa lei ha parlato di una situazione in cui “si camminava sulle macerie e sul sangue”: quale situazione ha lasciato ora?

R. – Direi che purtroppo la situazione è la stessa, anzi, si è aggravata. Ogni volta che vengo a Roma, vado sulla tomba di San Pietro e mi vedo quasi la faccia di San Pietro, molto preoccupato, anche un po’ inorridito, che mi dice: “Caro nunzio, ma che cosa sta succedendo là, dalle mie parti, dove sono passato, in Antiochia, dove ho predicato il Vangelo, dove è incominciata l’evangelizzazione … nel Medio Oriente, che cosa sta mai succedendo?”. E mi sembra che lui stia vedendo le tracce di sangue che, purtroppo, anche camminando per Damasco mi si attaccano alle scarpe che sono le scarpe che porto andando al suo sepolcro … Ecco, io sento questa preoccupazione da parte di San Pietro …

D. – Lei sta partecipando ai lavori della Roaco. C’è un’attenzione particolare, immagino, tra i delegati, rispetto alla situazione in Siria. Ne avete già parlato?

R. – Sì: ci sono le agenzie che aiutano, che sono coscienti della gravità della situazione. Quello che si cerca di ottenere è un migliore coordinamento. Direi che l’idea che rimbalza è cercare di coordinare gli aiuti. Come si sa, abbiamo tanta gente che aiuta, tanti cristiani, tanta gente di buona volontà che dà a queste agenzie cattoliche internazionali … Se posso aggiungere una cosa: abbiamo una rete, sul posto, per arrivare in tanti luoghi. Abbiamo parrocchie, congregazioni religiose, diocesi sparse un po’ ovunque e appoggiandoci su questa rete cerchiamo di fare arrivare gli aiuti il più possibile in tutti i luoghi della Siria. Aggiungerei una cosa molto, molto importante: oltre agli aiuti materiali che si riesce a dare e che sono necessari e a volte molto urgenti – cibo, medicine, soccorsi di diverso genere – c’è anche la presenza di vescovi, sacerdoti, preti, laici impegnati; e questo, la nostra presenza sul posto, fa una grande differenza: è un plusvalore incalcolabile, perché dà fiducia, da sostegno sia ai cristiani sia anche alle persone di altre religioni, anche ai musulmani.

D. – Quindi i cristiani possono avere, oggi, un ruolo di riconciliazione nel Paese? Quei cristiani che sono sempre stati importantissimi per il mantenimento degli equilibri?

R. – Direi che sì, questa è la loro vocazione che io ho ricordato più volte dall’inizio di questo conflitto: questa vocazione di fare da ponte a cui hanno risposto bene nel corso di tutta la storia della Siria. Prima del conflitto ho avuto la possibilità di visitare diversi villaggi, e vedevo: dove i villaggi sono misti, dove ci sono mescolati insieme nello stesso villaggio musulmani e cristiani o persone di altre religioni, questi villaggi vivono in pace, quindi riconoscono che i cristiani sono gente aperta, non sono fanatici, è gente con cui si può vivere …




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