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Home > Cultura e Società > notizia del 2013-06-30 08:07:41
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Nei cinema italiani "Salvo", film sul vivere liberi dalla violenza



Dopo il successo al Festival di Cannes, dove ha ricevuto il Grand Prix della Semaine de la Critique, è ora sui grandi schermi italiani "Salvo", l’opera prima di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza. Due protagonisti ai bordi della società civile scoprono drammaticamente il significato del vivere liberi dalla violenza che li condiziona e li opprime. Il servizio di Luca Pellegrini:RealAudioMP3

Occhi che non vedono la violenza, ma la percepiscono. Sono quelli di Rita, cieca dalla nascita. Subisce un trauma difficilmente sopportabile: il fratello opera nella malavita palermitana, città senza pace, un pomeriggio entra nella sua casa un killer spietato, Salvo, per un regolamento di conti. Nella colluttazione tra i due, il fratello muore. Ma gli occhi della ragazza guariscono, un miracolo avviene là dove non dovrebbe avvenire. Lei è costretta a vedere, Salvo è costretto a fare i conti con se stesso. Il primo film dei due giovani registi siciliani racconta un mondo, una società, delle anime alla deriva. Nato da un’esigenza che non è solo artistica, ma civile e morale, come conferma Fabio Grassadonia:

R. - Quando abbiamo deciso di raccontare questa storia, ci è sembrato naturale e necessario pensare ad una storia ambientata a Palermo, in Sicilia, che è il posto dal quale entrambi - sia io che Antonio - proveniamo e dal quale siamo andati via una quindicina di anni fa. Allora ci siamo interrogati su quel mondo e ci siamo chiesti se ci sia ancora la possibilità, un barlume di speranza, per una redenzione.

D. - Palermo, un mondo dove la libertà è pericolosa. Che si acquista, come succede a Rita e Salvo, a caro prezzo.

R. - Per raccontare la storia è stato molto importante definire il mondo nel quale questa storia sarebbe dovuta accadere. Il mondo dal quale proveniamo è un mondo che, da sempre, genera e forma delle figure di oppressori: allora noi abbiamo pensato a queste due figure solitarie, queste due figure di ciechi, in modo differente, che nell’incontro e nello scontro generano la possibilità della libertà, che è una possibilità che devi costruire, che è faticosa e che ti porta ad assumere dei rischi. Ed è una possibilità che il mondo, al quale queste due figure appartengono, cerca di soffocare.

D. - Il miracolo, nel vostro film, è avulso da ogni contesto religioso, ma incide profondamente nell’anima dei due protagonisti...

R. - In realtà lo abbiamo pensato proprio come un miracolo, nel senso che ci siamo posti la domanda: un miracolo, in una terra dove miracoli non accadono, può accadere? Cosa deve accadere? Volevamo che dall’incontro di queste due "anime morte" si generasse la scintilla di una vita, di una vita morale, di una vita che però può sorgere, può strutturarsi e può maturare solo nella relazione con l’altro. E’ solo in questa relazione che tu puoi anche definire te stesso e puoi dare una tua identità da vivente a te stesso e alla tua vita: una dignità! E’ questo il senso del nostro miracolo nel film.




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