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Home > Politica > notizia del 2013-08-06 15:51:00
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68 anni fa le bombe su Hiroshima. Ban Ki-moon: liberare il mondo dalle armi nucleari



Oltre 55 mila persone si sono raccolte a Hiroshima, presso il Parco della Pace, alle 8.15, l'ora in cui 68 anni fa, da un'altitudine di circa 600 metri, esplose nel cielo della città giapponese l'ordigno nucleare 'Little Boy' scatenando quello che i sopravvissuti hanno definito "l'inferno sulla terra": 70 mila persone morirono sul colpo e altrettante nei mesi successivi. Hanno partecipato rappresentanti di 74 Paesi, il numero più alto finora registrato. "Siamo tutti insieme in un viaggio da Ground Zero a Global Zero, ovvero un mondo libero dalle armi di distruzione di massa”, ha dichiarato il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, nel suo intervento, sottolineando che "finchè esisteranno gli armamenti atomici saremo costretti a vivere sotto un'ombra nucleare". Dei fatti di Hiroshima e del contesto attuale in cui li ricordiamo, Fausta Speranza ha parlato con Fabrizio Dal Passo, docente di storia contemporanea all’Università "La Sapienza" di Roma:RealAudioMP3

R. - Forse più di tanti altri avvenimenti, lo scoppio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki ha segnato uno stacco epocale. Da alcuni punti di vista e secondo una lettura storiografica anche abbastanza consolidata, rappresenta il momento di stacco tra il secolo breve - il ‘900 - e l’era contemporanea più aperta alla globalità. In questo senso quell’estremo passaggio di violenze e di guerra, che ha chiuso per certi aspetti tutta una serie di epoche storiche antecedenti, legate ad un certo modo di fare guerra, ha segnato effettivamente un passaggio ad una realtà completamente diversa. Forse il nodo saliente che da Hiroshima in poi non è stato ancora sciolto è il concetto di “paura della guerra”, che secondo me è quello che caratterizza anche oggi il modo di combattere. Non è mai finita una vera e propria guerra fredda, prima era tra super potenze, ora è nella minaccia di guerra da parte di gruppi alternativi o eterogenei rispetto ad alcuni governi, o alcune organizzazioni terroristiche che con la paura cercano di modificare in qualche modo i piani di politica internazionale. Quindi, da questo punto di vista, secondo me i 68 anni trascorsi hanno segnato un cambiamento relativo rispetto al modo di concepire il nemico.

D. – A proposito di questo, la storia che insegna sempre qualcosa che cosa dovrebbe insegnarci, ricordando Hiroshima e Nagasaki?

R. – In questo caso, da un punto di vista più emotivo è evidente: semplicemente l’immagine della distruzione totale della città, della distruzione non soltanto logistica della città di Hiroshima e Nagasaki, ma anche della popolazione, delle generazioni successive, dovrebbe far capire a quale livello può arrivare l’essere umano nel tentativo di prevaricazione e di distruzione. Insegna a comprendere quanto la volontà di sottomettere ed abbattere un territorio, un Paese, in nome della guerra, ha portato alla distruzione di due grandi città dell’epoca; alla fine senza nemmeno più contare il peso della vita umana. Immaginiamo qualcosa come una città intera - 300 mila abitanti – completamente devastata, quindi tutto quello che era su quel territorio: persone, animali, piante, palazzi. L’annientamento totale. Sicuramente sconvolgente e non va mai dimenticato e andrebbe insegnato, mostrato e discusso secondo me nei nostri organigrammi educativi. Il nucleare, che permette anche altro di positivo come in tutte le grandi potenzialità dell’essere umano, può portare però in caso di armamenti ad una distruzione totale di qualsiasi forma di vita, nell’arco di migliaia di chilometri. Il nucleare, nel corso degli ultimi 60 anni, ha portato delle possibilità di sviluppo energetico, anche di energia pulita, sicuramente importanti; un ritrovamento energetico più innovativo e meno inquinante rispetto ad altri. Dipende sempre dall’uso che se ne fa. Ma dobbiamo ricordare che la potenza della bomba di Hiroshima è veramente esigua rispetto alle attuali.

Hiroshima nel 1945 era una città di notevole importanza militare e industriale, così come il porto di Nagasaki, la seconda città colpita dalla bomba atomica statunitense, a tre giorni di distanza nell’operazione denominata ‘Fat Man’. Harry S. Truman, presidente degli Usa, ha giustificato la scelta del bombardamento atomico come una rapida risoluzione del conflitto. Il dibattito storico resta aperto come conferma, nell’intervista di Fausta Speranza, Michele Affinito, docente di storia contemporanea all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli: RealAudioMP3

R. – E’ vivo e nasce già in quel momento: ricordiamo, per esempio, le memorie di Eisenhower che si pone il problema da questo punto di vista, di una posizione critica rispetto a questa scelta. Quindi, indubbiamente e indiscutibilmente, forse anche a stretto giro, quando molti protagonisti di quella esperienza del secondo conflitto mondiale lasceranno la loro memoria, avremo sicuramente una ripresa ed una vivacità di questo dibattito che resta peculiare dal punto di vista storiografico sulle scelte strategiche che sono state compiute in quella fase. Va detto che il dibattito sulla vicenda del bombardamento atomico su Hiroshima e Nagasaki rientra in un certo senso nella strategia più ampia delle scelte fatte dall’America: da un lato, in conseguenza soprattutto degli “errori” che erano stati commessi all’indomani della Prima Guerra Mondiale, quindi la scelta isolazionista, il mancato perseguimento della strada indicata da Wilson e che aveva portato, poi, nel giro di un ventennio, alla nascita di totalitarismi in Europa, che sono stati, di fatto, le cause dello scoppio del conflitto. E dall’altro, l’elemento simbolico legato appunto all’armamento bellico e quindi alla bomba atomica. Come ebbe a dire Stalin, “le bombe atomiche sono state fatte per spaventare i deboli di nervi”: diciamo che poi, di fatto, la Guerra Fredda è stata tutta giocata sul rischio o meno che le due grandi superpotenze potessero ricorrere a questo espediente. Quindi, una importantissima e indubbiamente deprecabile – perché il dibattito ovviamente si alimenta rispetto a questi aspetti – arma di guerra che paradossalmente poi è diventata un’arma di pace in quel complesso e ampio fenomeno che è stata la Guerra Fredda.

D. – Ma è cambiato qualcosa nella sensibilità nei confronti dell’immagine di Hiroshima che anche allora è sembrata spaventosa e forse oggi ancora di più? Quell’annientamento totale non solo della popolazione, degli animali, del territorio, un’intera città sterminata in pochi minuti…

R. – Senza ombra di dubbio, come di fatto era stato testimoniato da una fetta stessa della popolazione americana... lo era già in quel periodo ma anche successivamente. E possiamo ben vederlo anche rispetto alle posizioni che in America sono state assunte nei riguardi della guerra al terrorismo, alla teoria dell’esportazione della democrazia che riguardano, appunto, le scelte che l’America ha compiuto. La condanna morale è, da questo punto di vista, netta e indiscutibile. Abbiamo anche le posizioni, assunte in questo campo, da numerosi intellettuali, filosofi.... Oggi, l’“avversario” è, di fatto, un avversario differente, indefinito, con il terrorismo. E discuteremo sicuramente nei prossimi anni sulle scelte strategiche che gli Stati Uniti hanno compiuto dopo l’11 settembre.




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