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Home > Cultura e Società > notizia del 2013-08-28 13:51:08
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AiBi: in crisi adozioni e affido in Italia, rilanciare cultura dell'accoglienza



Un “fondo dell’accoglienza” alimentato da donazioni private e lasciti testamentari: è una delle iniziative lanciate dall’AiBi, Associazione Amici dei Bambini, per favorire le adozioni internazionali in un Paese, l’Italia, che vede questa pratica drammaticamente in crisi. Non solo le adozioni concluse nel 2012 sono calate di oltre il 22% rispetto al 2011, ma anche l’affido segna il passo. Quali le cause? Adriana Masotti lo ha chiesto a Marco Griffini, presidente dell’associazione che in questi giorni è riunita a Gabicce, nelle Marche, per l’annuale Settimana di formazione e studi:RealAudioMP3

R. - Nel caso delle adozioni internazionali i motivi sono essenzialmente due. E’ una crisi che abbiamo definito “culturale”, cioè una fuga dal concetto di adozione perché è diventato - purtroppo - un cammino di sofferenza. Le coppie non vengono più viste dagli operatori e dai giudici come una grande risorsa per un bambino abbandonato, ma purtroppo come coppie che addirittura compiono un atto egoistico, in quanto vogliono un figlio perché non possono averlo. Questo fatto ha determinato proprio una negatività, una fuga delle coppie. L’altro fattore è di tipo economico: non tutti possono investire i 15- 20 mila euro necessari per accogliere un bambino abbandonato. Sul fronte dell’affido, invece, è questa tendenza a fare dell’affido non più uno strumento di accoglienza temporanea, ma uno strumento senza data, cioè i bambini vengono dati in affido per un periodo che invece di durare ad esempio due anni, dura addirittura fino al compimento del diciottesimo anno d’età. Questi tre fattori hanno determinato questa crisi dell’accoglienza. Per cui, noi italiani, che siamo sempre stati indicati come le famiglie più accoglienti, ora, purtroppo, stiamo assistendo ad un crollo di fiducia in questi due strumenti.

D. - Un affido troppo lungo, quindi, perché generalmente le coppie che desiderano prendere in affido un bambino lo fanno per un certo tempo …

R. - Certamente. La famiglia affidataria non è la famiglia adottiva. La famiglia affidataria può dire: “Noi investiamo due, al massimo quattro anni della nostra vita per fare un atto di accoglienza”. Ma al di là di questo, è proprio lo strumento che è in crisi, perché l’affido è fatto proprio per sospendere l’abbandono, ma l’abbandono può essere sospeso solo per un certo periodo di tempo, perché il bambino ha bisogno di una situazione definitiva. Il papà e la mamma naturali non ci sono! E i genitori affidatari non sono i genitori!

D. - Però non tutti i bambini sono adottabili, perché magari hanno ancora qualche legame con i familiari. Per questo c’è l’istituto dell’affido …

R. - Sì, ma dopo un certo periodo di tempo bisogna decidere: se il bambino non può rientrare nella famiglia di origine, deve essere adottato. Allora si può sospendere in attesa di un recupero dei genitori, ma non per tutta la vita, altrimenti si crea un danno insanabile.

D. - La sua associazione presenta molte proposte concrete per incentivare la pratica dell’accoglienza. Quali sono le più importanti?

R. - Innanzi tutto una riforma dell’adozione internazionale che deve andare a risolvere questi due punti che ho menzionato prima. Quindi cambiare la cultura: l’Italia, ad esempio, è rimasto l’unico Paese europeo ad avere ancora questo passaggio, che io definisco “medioevale”, secondo il quale è un giudice che deve stabilire l’idoneità di una coppia. Bisogna passare invece al concetto che la coppia in quanto risorsa non va selezionata, ma va accompagnata. La seconda cosa è la gratuità dell’adozione internazionale. Noi abbiamo presentato in questa riforma un progetto per rendere l’adozione gratuita almeno per le fasce meno abbienti. Ma qui, l’ Aibi non resterà ad aspettare perché noi dal primo gennaio 2014, cercheremo di anticipare questa riforma di legge. Abbiamo iniziato a costituire un fondo che abbiamo chiamato “fondo dell’accoglienza” con cui noi saremo in grado di stabilire delle fasce di costi in relazione al reddito fino ad arrivare, per quelli meno abbienti, alla totale gratuità.

D. - Come pensate di poter finanziare questo “fondo per l’accoglienza”?

R. - L’Aibi riceve periodicamente dei fondi, dei lasciti… Vogliamo destinare tutti questi fondi, questi lasciti, queste eredità come contributo alle coppie con minore disponibilità economica che desiderano adottare dei bambini. Poi lanceremo anche questa proposta: chiederemo alle famiglie abbienti che si rivolgono a noi per fare un’adozione internazionale, se se la sentono di sostenere economicamente un’altra famiglia che vuole adottare un bambino. Sono convito che molte famiglie risponderanno a questo nostro appello.

D. - Può dirci qualcosa su come si articola la richiesta che l’Aibi avanza invece per quanto riguarda l’affido?

R. - Il primo punto è la gestione dell’affido alle associazioni del privato sociale; l’altro è la chiusura delle comunità educative entro il 31 dicembre 2017. Mi riferisco a quelle comunità gestite solamente da operatori, a favore delle famiglie affidatarie e delle case famiglie. Qual è il concetto base di questa proposta di legge? Che ogni bambino, anche se allontanato dalla propria famiglia di origine, non debba stare neanche una notte al di fuori di un’altra famiglia.




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