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Home > Giustizia e Pace > notizia del 2013-09-02 12:37:31
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Mons. Toso: no all’attacco alla Siria, rischio guerra di dimensioni mondiali



All’indomani dell’annuncio di Papa Francesco di una Giornata di digiuno e preghiera per la pace in Siria e nel mondo, Alessandro Gisotti ha intervistato il segretario del Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace”, mons. Mario Toso. Il presule muove la sua riflessione partendo proprio dall’appello di pace del Papa all’Angelus di domenica scorsa: RealAudioMP3

R. - Il Pontefice si fa interprete del grido che sale da ogni parte, dal cuore di ognuno, dall’unica grande famiglia che è l’umanità. Si tratta di un sussulto universale della coscienza della gente, dei popoli. Le società civili e le loro organizzazioni sollecitano i loro rappresentanti per un verso a lasciare definitivamente da parte il conflitto armato – “Mai più la guerra” – e per un altro verso a lavorare, con convinzione ed intensamente, per la pace. Papa Francesco continua la missione di Gesù Cristo, Principe della pace, che cammina con l’umanità e, “seminato” nelle coscienze, la sospinge verso il suo compimento in pienezza.

D. - “La guerra chiama guerra”, ha detto il Papa. Ecco c’è il timore, espresso da tante voci nella Chiesa, che un attacco alla Siria estenderebbe la violenza in tutta la regione. Un suo pensiero …

R. - Nell’Angelus del primo settembre è pronunciata la ferma condanna di una guerra che è condotta con l’uso indiscriminato delle armi e colpisce in primo luogo la popolazione civile ed inerme. Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. La guerra chiama guerra anche perché intrappola i popoli in una spirale mortale: porta in sé una visione distorta del potere inteso come sopraffazione e dominio e, inoltre, accentua il pregiudizio che tutti cercano di distruggere gli altri. Su tali presupposti l’“altro” rimane sempre un antagonista, un nemico da sconfiggere, non sarà mai un fratello. La guerra non finisce mai e le ragioni della giustizia sono disattese.

D. - Il Beato Giovanni Paolo II definì la guerra in Iraq “avventura senza ritorno”. Qui c’è il rischio di un nuovo grave errore. Qual è la sua opinione al riguardo?

R. - Come ha fatto intendere Papa Francesco occorre essere angosciati per i drammatici sviluppi che si prospettano, alla luce di come si stanno muovendo i grandi della terra. La via di soluzione dei problemi della Siria non può essere quella dell’intervento armato. La situazione di violenza non ne verrebbe diminuita. C’è, anzi, il rischio che deflagri e si estenda ad altri Paesi. Il conflitto in Siria contiene tutti gli ingredienti per esplodere in una guerra di dimensioni mondiali e, in ogni caso, nessuno uscirebbe indenne da un conflitto o da un’esperienza di violenza. L’alternativa non può essere che quella della ragionevolezza, delle iniziative basate sul dialogo e sul negoziato. Insomma occorre cambiare strada. Occorre imboccare senza indugio la via dell’incontro e del dialogo, che sono possibili sulla base del rispetto reciproco, dell’amore. Al potere ideologico della violenza che annienta l’avversario va sostituito il potere dell’amore che sollecita alla cura di ciò che è comune. Il vero potere è l’amore, che implica una passione per il bene degli altri, come suole dire Papa Francesco. L’amore potenzia gli altri, suscita iniziative di collaborazione per la giustizia e la pace.

D.- Il Papa ha chiamato i credenti, ma non solo, ad unirsi nella Giornata per la pace in Siria e nel mondo, il prossimo 7 settembre. Ricorda questa iniziativa l’orizzonte universale della “Pacem in Terris” che appunto si rivolge a tutte le persone di buona volontà…

R. - Ricorda anche lo “spirito d’Assisi”, quello che si è sperimentato - e continua a propagarsi – nel mese dell’ottobre 2011, attorno a papa Benedetto XVI, continuando le giornate promosse da Giovanni Paolo II. C’è bisogno di “segni di pace”, che muovono le persone più dei bei discorsi. C’è bisogno di essere pellegrini della verità, pellegrini della pace. La costruzione della pace dipende dalla ricerca appassionata della verità sull’uomo, sul mondo e su Dio. Dipende, in particolare, dalla comunione con Lui, dalla preghiera che si traduce in atti di giustizia.




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