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Home > Giustizia e Pace > notizia del 2013-09-09 12:52:42
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Mons. Tomasi: le lobby delle armi soffiano sul fuoco della guerra in Siria



Si fanno guerre per vendere armi. Ha destato ampia eco la denuncia di Papa Francesco all’Angelus contro il traffico delle armi che alimentano le guerre, in particolare quella che sta sconvolgendo la Siria. Da anni, particolarmente impegnato sul fronte della lotta a questa piaga è mons. Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede all’Ufficio Onu di Ginevra. Alessandro Gisotti lo ha intervistato:RealAudioMP3

R. - Mi sembra quanto mai opportuno che il Santo Padre richiami l’attenzione del mondo sul traffico illegale di armi. I conflitti violenti - ne vediamo tanti in questi giorni - e le armi vanno insieme. La pace non si persegue però provvedendo ai mezzi di distruzione, ma la Comunità internazionale investe risorse sproporzionate in spese militari. Nel 2012 sono stati investiti 1.750 miliardi di dollari in spese militari; l’8% della cifra globale va nel Medio Oriente. È proprio “olio sul fuoco”…

D. – Le armi ai siriani, Assad e ribelli, le hanno date industrie di Paesi terzi, di Paesi stranieri. Alla fine sono le grandi lobby delle armi che decidono le guerre?

R. – Il profitto diventa la legge suprema. Ci sono guadagni enormi che vengono fatti attraverso il traffico di armi; quindi, c’è chi “soffia sul fuoco” per poter vendere ancora armi. Inoltre, mi pare ci sia un’altra considerazione da fare: si ignorano le conseguenze a lunga scadenza del commercio di armi; le armi continuano a rafforzare la criminalità e a nutrire le mafie di vario tipo. Interessi commerciali - come dice il Papa - giocano un ruolo importante nel trasferimento di armi, ma c’è di mezzo il guadagno dei trafficanti e addirittura interessi economici di Stati che producono e vendono armi, come gli Stati Uniti, la Russia, il Regno Unito, la Francia, la Germania, Israele, Cina ed altri. Sono Stati dove l’industria della produzione di armi è una componente significativa dell’economia.

D. – Il presidente americano Eisenhower - che come generale aveva peraltro vinto la Seconda Guerra mondiale - ebbe ad affermare che “dobbiamo guardarci le spalle dalle influenze esercitate dal complesso militare-industriale”. Questa è una denuncia sempre attuale e forse ancora di più in questo momento…

R. – Il legame tra il complesso industriale e militare è reale ed ha un peso politico sproporzionato all’interesse del bene comune di un Paese, soprattutto dei grandi Paesi sviluppati. La comunità internazionale continua a parlare di pace. Dovrebbe quindi essere la priorità numero uno degli sforzi internazionali quello di facilitare tutto quello che costruisce la pace; invece, vediamo che c’è veramente uno sviluppo legato alla produzione di armi che sostiene certi settori dell’economia.

D. – Poi c’è un dato del tutto evidente: le armi le producono i Paesi “ricchi e sviluppati” e poi queste armi finiscono nelle “guerre dei poveri”…

R. – L’esperienza è che, dove non ci sono democrazie affermate, l’accumulo di armi - comprate con tutti i mezzi legali ed illegali - serve a mantenere piccole élite al potere, che poi non rispondono certamente al bene comune della loro gente.




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