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Home > Chiesa > notizia del 2013-10-05 11:18:16
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Il commento di don Ezechiele Pasotti al Vangelo della Domenica



Nella 27.ma Domenica del Tempo ordinario, la liturgia ci propone il Vangelo in cui gli apostoli chiedono a Gesù di accrescere in loro la fede. E il Signore risponde:

“Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: ‘Sràdicati e vai a piantarti nel mare’, ed esso vi obbedirebbe”.

Su questo brano evangelico ascoltiamo una breve riflessione di don Ezechiele Pasotti, prefetto agli studi nel Collegio Diocesano missionario “Redemptoris Mater” di Roma:RealAudioMP3

La parola di questa domenica è quasi un grido del Signore: “Se aveste fede…!”. È rivolta ai suoi discepoli che gli hanno detto: “Accresci in noi la fede!” (letteralmente: aggiungi fede a noi). La risposta è un’altra affermazione grave del Signore: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: ‘Sradicati e vai a piantarti nel mare’, ed esso vi obbedirebbe”. Non so quanti di noi hanno avuto il coraggio di misurarsi con un “granello di senape” e di chiedersi onestamente, mentre lo guarda: “Ma se la mia fede non ha neppure questa misura, che fede è la mia?”. Non per scoraggiarci, ma per prendere sul serio la necessità di un cammino che, facendoci riscoprire le ricchezze del Battesimo, ci porti ad una fede adulta. La seconda parte del Vangelo suona anch’essa dura per noi, sempre così infatuati di giustizia. Forse riusciamo a dire: “Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Ma dire: “Siamo servi inutili!”, è proprio superiore alle nostre forze. Ci sembra ingiusto, anche se viene da Dio ed è costante nella vita dei santi. Eppure, non fosse altro che per quanto già affermava S. Agostino: “Cerca il merito, la causa, la giustizia di questo, e vedi se trovi mai altro che grazia” (Discorso 185); il Catechismo della Chiesa Cattolica precisa: “I meriti delle opere buone devono essere attribuiti innanzitutto alla grazia di Dio…” (CCC 2008), perché “i meriti delle nostre opere buone sono doni della bontà divina” (CCC 2009). È poi la gratuità divina ad ascriverci come merito ciò che è fondamentalmente opera sua, e ci introduce in Dio, rendendoci partecipi dell’intimità sponsale propria della Trinità.




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