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Home > Politica > notizia del 2013-10-06 19:33:05
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Lampedusa: 185 le vittime recuperate. Sull'isola l'inviato del Papa mons. Krajewski



Nelle acque attorno a Lampedusa, continua il recupero dei corpi delle vittime del naufragio di giovedì, ed è salito a 194 il numero dei morti accertati; allarme anche per le condizioni di accoglienza. E mentre il governo italiano affronta il tema della legge sull’immigrazione, Papa Francesco ha inviato sull’isola l’elemosiniere, mons. Konrad Krajewski; inoltre, mercoledì sarà sull’isola il presidente della Commissione europea Barroso. Ascoltiamo Davide Maggiore:RealAudioMP3

Il mare continua a restituire le sue vittime, e il dramma appare sempre più grave: sott’acqua, racconta un sub, ci sono “pile di uomini e donne”. “Non possiamo più accettare tragedie come questa”, ha detto il ministro italiano per l’Integrazione, Cécile Kyenge, dopo l’arrivo della motovedetta con i corpi. Ad impartire la benedizione alle salme è stato mons. Krajewski, incaricato dal Papa di portare all’isola la sua solidarietà, e di individuare le esigenze umanitarie. In questo senso, preoccupa il centro di prima accoglienza, in cui si trovano più di 950 persone, ma che potrebbe ospitarne solo 250; un appello a trasferire almeno i minori, quasi 230, è arrivato da Save the Children. Anche Kyenge ha parlato di “condizioni vergognose”, annunciando che in settimana si discuterà di revisione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione; particolarmente contraria la Lega Nord. Di soluzioni politiche parleranno, martedì, anche i ministri dell’interno europei: il giorno dopo, arriverà a Lampedusa Barroso, chiamato dal governo italiano - ha spiegato il premier Letta - per verificare “di persona” la situazione.

A livello internazionale in questi giorni ci si interroga su cosa non abbia funzionato finora nelle politiche migratorie europee, visto che dal ’98 ad oggi sono morte oltre 19mila persone lungo le frontiere comunitarie. Quali i motivi per cui così tanti migranti hanno perso la vita? Ascoltiamo Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), intervistato da Giada Aquilino:RealAudioMP3

R. - Queste persone sono morte perché cercavano disperatamente di entrare in Europa, in questo caso in Italia, ma anche verso Malta, la Grecia, la Spagna. Non avevano alternativa che arrivare in modo irregolare sui barconi e mettere la loro vita a rischio. Ormai, è da una ventina di anni che – con il sistema Schengen – abbiamo costruito un muro intorno all’Europa: abbiamo un regime di ingresso che rende impossibile per un qualunque cittadino – africano o spesso anche latinoamericano – arrivare in Europa in modo regolare, perché non viene dato un visto. Questo è il prodotto di una politica di chiusura. Il sistema Schengen a noi cittadini comunitari conviene molto perché permette di viaggiare da un Paese all’altro senza controlli alle frontiere interne; ma penalizza il resto del mondo, soprattutto chi fugge dal proprio Paese.

D. – Dopo la tragedia di Lampedusa il capo dello Stato italiano Napolitano ha chiesto con forza di “stroncare il traffico criminale di esseri umani”, sottolineando che “non è accettabile che vengano negati ad una istituzione creata dalla Commissione europea – come il Frontex – mezzi adeguati per intervenire senza indugio”…

R. – E’ certamente necessario poter sorvegliare o avere un monitoraggio di tutto quello che succede e succederà nel canale di Sicilia o nel Mediterraneo in generale. Dobbiamo andare però alla radice del problema. Abbiamo apprezzato quando il presidente Napolitano ha parlato della necessità di una legge organica sulla richiesta di asilo in Italia, che però non abbiamo. Dobbiamo comunque considerare che la nostra legge deve ormai rispecchiare le normative comunitarie che naturalmente ci sono ma che non prevedono la possibilità di presentare una richiesta di asilo fuori dai confini europei. Le persone devono per forza essere fisicamente presenti – ad esempio a Lampedusa – per inoltrare una richiesta di protezione.

D. – In questo quadro allora a cosa bisogna puntare?

R. – Bisogna puntare alla direttiva dell’Unione europea, alle procedure di asilo che prevedono che una richiesta possa essere fatta solo alla frontiera di uno degli Stati membri o all’interno di questi Paesi, ma in nessun caso fuori dall’Unione europea. Mettiamoci nei panni di una donna eritrea a Tripoli, in Libia: non può ritornare nel suo Paese; non può rimanere in Libia dove non ha alcuna possibilità di ottenere asilo; non può andare legalmente in Europa perché non le daranno mai il visto di ingresso e quindi l’unica scelta che ha è quella di usare mezzi illegali come i barconi. Bisogna a questo punto aprire canali di ingresso legali e protetti in Europa, attraverso una modifica dell’approccio, della direttiva sulle procedure di asilo. Aprire canali che permettano che questa donna eritrea, così come tutti gli altri rifugiati, possa rivolgersi ad un’ambasciata dell’Unione Europea o degli Stati membri ed iniziare una procedura di asilo fuori dal nostro Continente, senza esser costretta ad arrivare fino a Lampedusa.

D. – Lei ha fatto l’esempio della donna eritrea. Gran parte delle vittime dell’ultimo naufragio di Lampedusa risultano essere donne. Questo emerge dai racconti fatti dai superstiti del barcone naufragato. È un dato che ricorre?

R. – Sì. Purtroppo tra le vittime ci sono tante donne e anche tanti bambini – alcuni non accompagnati dai familiari – e pochi tra i superstiti. Bisogna ricordare che la situazione in Eritrea è particolarmente pesante per le donne, a causa di una sorta di servizio militare obbligatorio senza limiti di tempo; e non vanno dimenticati gli abusi a cui sono esposte anche nelle caserme del loro Paese. Non è quindi un caso che le donne cerchino di fuggire ed arrivare disperatamente in Europa.




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