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Home > Politica > notizia del 2013-10-10 07:26:27
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Siria. Per l’Opac il regime è abbastanza collaborativo. L’Ue apre all’accoglienza dei profughi, ma è allerta terrorismo



In Siria continua lo smantellando dell’arsenale chimico, mentre si sta mettendo a punto, per novembre, la Conferenza di pace “Ginevra 2”. Sul fronte umanitario nove Paesi dell’Ue, si dicono pronti ad accogliere chi scappa dalla guerra civile. Il Parlamento europeo ha proposto una conferenza sulla situazione dei rifugiati siriani ed è stata approvata una risoluzione con l'obiettivo di aiutare gli Stati confinanti Damasco, ad affrontare il crescente flusso di profughi. Massimiliano Menichetti:RealAudioMP3

L’Unione Europea stima che saranno 3,5 milioni i profughi siriani, entro la fine del 2013, a cercare riparo nel Vecchio Continente, una previsione che ha spinto il Parlamento dell’Unione a proporre una conferenza umanitaria sulla situazione dei rifugiati. A Strasburgo è stata approvata anche una risoluzione con l'obiettivo di aiutare gli Stati confinanti la Siria ad affrontare il crescente flusso di perone. Una delle proposte è quella di aprire i confini con Libano, Giordania, Turchia e Iraq. Nove i Paesi dell’Ue (Germania, Finlandia, Austria, Danimarca, Svezia Ungheria, Lussemburgo, Olanda e Irlanda) che già adesso, comunque, si dicono pronti ad accogliere chi scappa dalla guerra. In questo scenario si colloca l’allarme lanciato dal vicepresidente della Commissione europea responsabile per il Mercato interno, Michel Barnier, il quale nell’audizione alla plenaria ha detto che “l'Europa rischia di subire attacchi terroristici da organizzazioni con base a Damasco e per cui lavorerebbero cittadini europei”. Intanto in Siria continua lo smantellamento dell’arsenale chimico, il regime è stato definito “abbastanza collaborativo” dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, che chiede però la fine dei combattimenti per poter operare sul territorio.

Segni di speranza intanto per padre Dall’Oglio, anche il “Dipartimento per la sicurezza" italiano parla della possibilità che il gesuita, di cui si sono perse le tracce dal 28 luglio scorso, a Raqqa, sia in vita. Informativa riferita al Copasir e che andrà confermata, spiegano, ma che segue notizie di fonti locali sempre nella stessa direzione. Per un’analisi su quanto sta accadendo in Siria, Massimiliano Menichetti ha intervistato il giornalista
Lorenzo Trombetta, esperto dell’area, ed autore del libro, edito da Mondadori, “Dagli Ottomani ad Asad. Ed oltre”:RealAudioMP3

R. – In questo momento, si celebra la solerzia da parte del regime di Damasco nel cooperare con gli ispettori Onu, incaricati di smantellare l’arsenale chimico. Parallelamente, il regime continua a essere altrettanto solerte nell’usare le armi convenzionali, di tutti i tipi, contro la ribellione armata e non, presente nel Paese. Ricordiamo che ci sono numerose zone civili del Paese solidali con la rivolta, che sono giornalmente colpite dai raid aerei e missilistici del regime. Dall’altra parte, abbiamo un fronte jihadista sempre più presente nelle regioni nord orientali dove si concentrano tra l’altro le principali risorse energetiche. Il regime, però, di fronte a questa avanzata dei terroristi sembra non rispondere.

D. – Oggi, secondo fonti di intelligence, sono circa mille i gruppi che si oppongono ad Assad, in molti casi in lotta tra loro. Un volto mutato quello della rivolta iniziata nel 2011?

R. – Un fronte variegato, sempre più variegato anche dal punto di vista delle truppe del regime. Ci sono miliziani sciiti che vengono da tutta l’ecumene sciita a sostenere a vario titolo gli Assad. Lo stesso regime degli Assad si serve di diversi tipi di milizie, non più solo dell’esercito governativo: iraniani, russi… Ormai, anche dalla parte dal fronte lealista abbiamo diverse sigle e anche qui è molto difficile identificarle e capire quali siano le agende finali di questi attori.

D. – “Baath” significa “resurrezione” e del partito arabo socialista siriano gli Assad ne sono espressione e sono la minoranza alawita regnante sui sunniti. Insomma, un vero e proprio intreccio esplosivo…

R. – Baath è uno dei partiti ideologici, creatosi a ridosso della Seconda Guerra Mondiale. Il Baath che poi è arrivato al potere nel 1963, però, è noto anche come “neo Baath”, perché non era espressione di quell’ala civile di intellettuali, che si rifacevano ad un socialismo arabo e ad un panarabismo ideologico, ma è espressione di una élite di militari, provenienti da regioni rurali della Siria, di varie confessioni, ma tutti arabi – quindi, la divisione etnica qui non c’entra, più che altro è una divisione confessionale – che hanno preso il potere a partire dall’inizio degli anni ’60 del Noveecento e l’hanno poi reso ancora più granitico dall’avvento, nel 1970-’71, del presidente Hafiz al Asad, padre dell’attuale presidente. Il Baath è rimasto poi nel corso degli ultimi 20-30 anni un potere di facciata, uno strumento che serviva a legittimare, in nome del panarabismo e del socialismo arabo, un potere di fatto dominato da una oligarchia di una famiglia e di alcuni clan alleati.

D. – Bashar al Asad è il volto di questa crisi internazionale. Aveva intrapreso studi lontani dalla politica ed è succeduto al padre per la morte del fratello, il primo designato da Hafiz al Asad. Bashar da dove viene e chi è oggi?

R. – Bashar viene da una famiglia abituata a comandare non soltanto in termini politici, ma soprattutto in termini economici. Era il secondogenito del presidente Hafiz al Asad. Ha studiato un anno e mezzo in Gran Bretagna, per specializzarsi in oftalmologia, e dal 1994 fino al 2000 ha percorso velocemente tutti gli scalini della carriera militare, diventando, alla vigilia della morte di Hafiz al Asad, generale e potendosi quindi presentare con tutte le carte formalmente in regola per assumere la carica presidenziale. La Costituzione allora prevedeva che il presidente avesse almeno 40 anni, ma lui ne aveva 34, quindi nell’arco di una notte la Costituzione è stata emendata per far sì che lui fosse il presidente.

D. – Si parla molto anche della questione delle minoranze, del fatto che il regime le protegga dalla minaccia fondamentalista. E’ così?

R. – Neli ultimi 30-40 anni, il regime ha soffiato su queste divisioni, anche sulle percezioni che si hanno su "chi protegge chi". Negli ultimi due anni e mezzo, abbiamo visto come cristiani, sunniti, tutte le componenti della Siria siano state a vario titolo minacciate. Ultimamente, la chiesa di Raqqa, nella regione del Nord, una regione controllata di fatto dai jihadisti, è stata data alle fiamme e bruciata quasi completamente dai jihadisti. Eppure, il regime sa bene dove sono e dove si collocano questi jihadisti a Raqqa. Non c’è stato alcun tipo di rappresaglia, nemmeno aerea. Poi, il giorno successivo, una scuola di Racca, dove si celebrava il primo giorno di scuola, è stata bombardata dagli aerei del regime. Il regime quindi sa bene chi colpire e chi non colpire. Lo spauracchio jihadista – che non è più uno spauracchio, perché ovviamente è una realtà – serve ad Assad per affermare, per lo più davanti ai media occidentali e alle cancellerie occidentali, “o io o il jihadismo”. Ed è ovvio che si scelga Assad. Sul terreno, sappiamo che esistono e operano da molto tempo, anche prima del 2011, attivisti oppositori dissidenti della società civile, anche non violenti, che lottano contro il regime, ma lottano anche contro il jihadismo, per una Siria veramente libera, plurale e rispettosa dei principi di pari opportunità e di giustizia.

D. – Secondo lei, quale sarà la Siria di domani?

R. – E’ ancora presto per dire quale sarà la Siria di domani. Nel breve termine, sarà una Siria estremamente frammentata, anche a livello territoriale. Probabilmente, si andrà verso una Siria di fatto spartita in zone di influenza. E sul terreno, se andiamo a guardare la carta di questi ultimi mesi, già è così in molte zone.




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