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Home > Religione e Dialogo > notizia del 2013-11-29 12:01:28
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Pakistan. Mons. Shaw: la Chiesa con leadership locale ha rafforzato dialogo con l'islam



Cambia il volto delle Chiese in Oriente – non più rappresentate da gerarchie di provenienza occidentale, bensì locale – e questo si traduce in un miglioramento dei rapporti con le religioni di maggioranza. L’aspetto è emerso nel corso della recente plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Un più aperto dialogo con i musulmani è quello che, ad esempio, sperimenta la Chiesa pakistana. Lo conferma il nuovo arcivescovo di Lahore, Sebastian Shaw, che ne spiega i motivi al microfono di Philippa Hitchen:RealAudioMP3

R. – I have two or three reasons...
Ci sono due o tre ragioni. La prima, per esempio, è che molti anni fa nella Chiesa i leader, per la maggior parte, erano stranieri, bianchi. In questo modo, noi cristiani in Pakistan eravamo considerati appartenenti a una religione straniera. Le persone avevano contatti religiosi attraverso le nostre istituzioni: scuole, ospedali, istituzioni sociali come la Caritas. Ora che tutti noi leader siamo autoctoni, ci riuniamo per parlare e ricordiamo loro che siamo pakistani e che apparteniamo alla loro stessa terra. Questo contribuisce a dare pure una nuova immagine della Chiesa, della Chiesa cattolica, agli abitanti del Pakistan, che sono in maggioranza musulmani. Viviamo insieme da secoli: già i nostri bisnonni hanno vissuto insieme, ma siamo sempre stati considerati alleati dell’America o dell’Europa. Ora, questo è un grande cambiamento: uno è quello della leadership, che è ormai locale, e l’altro è il dialogo aperto. Oggi, le occasioni di dialogo non sono più soltanto attraverso le nostre istituzioni, come scuole e ospedali, ma c’è una forma di dialogo.

D. – Ci può fare un esempio concreto dei modi in cui pensa che questo dialogo si stia aprendo e stia migliorando, o allentando le tensioni?

R. – Concrete example I want to give you…
Un esempio concreto che voglio fare è quello dell’attacco avvenuto, l’8 marzo di quest’anno, contro la “Joseph Colony”, nella mia arcidiocesi di Lahore. Un uomo era stato accusato di blasfemia, ma di nuovo il problema è stato che se pure una singola persona avesse fatto qualcosa – ed è ancora da dimostrare – sono state date alle fiamme più di 100 case. Quando abbiamo sentito tutto questo, abbiamo iniziato a telefonare. Io stesso ho chiamato l’imam della moschea di Badshahi di Lahore e poi abbiamo sentito anche altri eminenti studiosi e religiosi islamici. Poi, ancora, abbiamo coinvolto i leader politici, cristiani e musulmani insieme. Abbiamo tenuto una conferenza nell’arcivescovado ed è stata la prima volta. Per molti studiosi, anche musulmani, è stata la prima visita nell’arcivescovado. Noi abbiamo aperto loro la nostra casa e insieme siamo andati sul posto. Questo è stato d’incoraggiamento alle persone, alle vittime, perché non eravamo solo noi, che componiamo la minoranza, a essere con loro, ma anche le persone che compongono la maggioranza. In una settimana, hanno cominciato a ristrutturare le loro case e la gente ha provato un senso di sicurezza e ha cominciato a tornare.

D. – Nel suo nuovo documento, la Evangelii gaudium, Papa Francesco rivolge un appello particolare ai leader del mondo musulmano, perché ai cristiani venga garantita la stessa libertà che i musulmani godono nei Paesi cristiani...

R. – It is very very significant…
E’ molto, molto importante. Una cosa che ho imparato da questa plenaria del Pontifico Consiglio è che una cosa è parlare di cittadinanza, altra cosa è parlare di affiliazioni religiose. Quindi, per le persone che vivono per esempio in Pakistan, il primo diritto è quello alla cittadinanza, il secondo riguarda la loro affiliazione religiosa. In questo senso, penso che il messaggio e l’appello che il Santo Padre ha rivolto ai leader religiosi, e anche a noi, sia molto positivo: ci chiede di vivere insieme, dobbiamo trovare il sistema per vivere insieme. Ora, partendo dal presupposto che i musulmani accettano Gesù Cristo e la Bibbia, il Libro Sacro, dobbiamo trovare elementi comuni sui quali possiamo trovarci d’accordo, parlare e lavorare insieme per la crescita del Paese e anche per la pace nel mondo.




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