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Home > Politica > notizia del 2013-12-07 18:47:15
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Truppe francesi accolte dall'esultanza dei civili in Centrafrica: 400 morti in tre giorni di violenze



Riportare pace e sicurezza in Centrafrica. E' la missione del nuovo intervento in Africa della Francia che ha schierato 1600 militari nel Paese con l'obiettivo di porre fine ai massacri compiuti dai miliziani islamisti "Seleka". Nella sola capitale Bangui e in tre giorni di scontri, sono morte circa 400 persone. L'intervento, ha detto il presidente francese Francois Hollande, sarà "rapido, efficace" e dovrà "disarmare tutte le milizie e i gruppi armati". Le truppe francesi sono giunte nella Repubblica centrafricana accolte dall’esultanza dei civili. Il servizio di Debora Donnini:

E’ dunque cominciata la missione francese nella Repubblica centrafricana. I soldati hanno iniziato a pattugliare le principali strade e città al di fuori della capitale, Bangui. Nel paese da giovedì sono iniziati gli scontri tra i ribelli islamisti del Fronte Seleka e i combattenti rimasti fedeli al deposto presidente Francois Bozizé. Molte le violenze sulla popolazione civile. Si contano almeno 400 morti. A fare il punto sull’intervento militare, il presidente francese Francois Hollande che nel corso del vertice Francia-Africa annuncia che Parigi ha dispiegato 1.600 soldati sul suolo della Repubblica Centrafricana. Sarà un intervento veloce volto a ripristinare la stabilità e consentire libere elezioni pluraliste, afferma Hollande spiegando che la priorità sarà ''disarmare tutte le milizie e i gruppi armati che terrorizzano la popolazione''. Anche per il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon è urgente" impedire il peggioramento del quadro nella Repubblica Centrafricana.
Sull'aggravarsi delle violenze e della situazione umanitaria nella Repubblica Centrafricana ascoltiamo la testimonianza di suor Elvira Tutolo, missionaria delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, che opera a Berberati, città a circa 650 km dalla capitale Bangui. L'intervista è di Fabio Colagrande:00:03:27:77

R. – Purtroppo, con grande dolore confermiamo tutto. Per quanto riguarda questi ultimi avvenimenti, giovedì scorso – quando c’è stato l’attacco a Bangui – anche qui ci sono stati spari. Anche se siamo a 600 chilometri di distanza la reazione è stata immediata anche qui a Berberati: un fuggi fuggi di gente, i negozi chiusi, la banca chiusa, i bambini che avevano appena ripreso la scuola sono stati tutti rimandati a casa.

D. – Cosa pensa dell’intervento di questa forza di peacekeeping francese africana autorizzata dall’Onu?

R. – Più che dire quello che penso vorrei esprimere un desiderio molto chiaro: certamente in questo momento era necessario, anzi è arrivato in ritardo secondo noi; i massacri si potevano evitare prima. Non possiamo più accettare che si giochi con la gente che grida in questo momento: “Basta!”. La Repubblica centrafricana è piccola ma si trova in un punto strategico dell’Africa. Non siamo così ingenui da credere che gli interventi di qualsiasi tipo siano gratuiti. Il desiderio grande, il grido grande che questo popolo fa è che anche questo intervento della Francia sia veramente per un sostegno vero. Mi comprendete quando dico “vero”? Che non si nascondino grossi interessi dietro ma che finalmente serva, dopo anni ed anni, davvero ad aiutare; che sia un grido vero per lo sviluppo di questo Paese.

D. – Qual è la situazione dei civili, la situazione in particolare dei bambini, perché le agenzie dell’Onu sono molto preoccupate per la situazione umanitaria…

R. – Io sono presidente di una onlus che si chiama “Kizito”, proprio per la protezione dei ragazzi, dei giovani che vivono sulla strada. Purtroppo ne abbiamo perduti 35 – almeno quelli di cui siamo a conoscenza - sono stati presi nei ranghi della Seleka. Ne abbiamo potuti proteggere altri: li abbiamo sistemati in un centro agricolo ad otto chilometri da qui; ne sono 30. La realtà è molto dura, le famiglie sono molto provate: sono state saccheggiate, i bambini ne hanno subito le conseguenze; ne abbiamo perduti tre – intendo dire che sono morti – della nostra associazione. Quindi, i 30 ragazzi li proteggiamo in questo centro ad otto chilometri da qui.

D. – Cosa significa vivere l’Avvento in questo momento in Centrafrica; vivere l’attesa del Salvatore…
R. – Di fronte tutta questa distruzione, questa morte è proprio molto difficile continuare a credere e a sperare. Ma come credenti e soprattutto come persone chiamate qui ad accompagnare la nostra gente, anche se con fatica, dobbiamo desiderare che questa “utopia”, l’utopia del Regno, diventi sempre più una realtà. Che la pazienza, la perseveranza sia il nostro pane di ogni giorno per poter continuare a sostenere i nostri fratelli, che questo Dio che deve venire, venga realmente anche per la Repubblica centrafricana.




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