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Home > Giustizia e Pace > notizia del 2014-01-03 14:39:20
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Cambogia. Scontri tra polizia e lavoratori tessili a Phnom Penh: 5 morti, decine di feriti



Sono almeno cinque i morti e decine i feriti, a Phnom Penh, in Cambogia, a causa della polizia militare che ieri ha aperto il fuoco su centinaia di lavoratori tessili che manifestavano per un salario minimo più alto. Gli operai sono in protesta dallo scorso dicembre per ottenere un aumento delle retribuzioni minime a 160 dollari al mese, dagli attuali 80. Il governo di Hun Sen ha promesso di portare i salari a 95 dollari entro il prossimo aprile, una prospettiva che però non soddisfa i 650mila lavoratori tessili cambogiani, spina dorsale del settore che sostiene le esportazioni nazionali. Ma quali sono le condizioni di questi lavoratori? Marina Tomarro lo ha chiesto a Debora Lucchetti, coordinatrice della Campagna internazionale “Abiti puliti” che difende i diritti fondamentali dei lavoratori nel settore tessile:RealAudioMP3

R. – In Cambogia, ci sono migliaia di lavoratori che manifestano per chiedere un aumento del salario minimo: stiamo parlando di lavoratori e lavoratrici che guadagnano mediatamente 60 euro al mese, che è un salario assolutamente al di sotto della soglia di sopravvivenza. Noi abbiamo calcolato, asnsieme ai nostri partner asiatici, che un salario dignitoso equivarrebbe a circa 285 euro. Quindi, immaginate quale sia la differenza tra quello che questi lavoratori percepiscono e i loro bisogni fondamentali e i loro diritti. La situazione è caldissima ed è veramente preoccupante. Se pensiamo che questi lavoratori e queste lavoratrici – che peraltro sono parte del cuore pulsante dell’industria tessile internazionale e globale, che serve i grandi marchi della moda e dell’abbigliamento internazionale – semplicemente per aver richiesto un adeguamento del salario si sono trovati di fronte a uno Stato che addirittura ha aperto il fuoco...

D. – Quali sono le condizioni in cui queste persone lavorano?

R. – Parliamo in realtà non di lavoro, ma quasi di schiavitù. Si tratta di condizioni di lavoro che significano concretamente lavorare 12-13 ore al giorno, con turni massacranti, con straordinari praticamente obbligatori, perché proprio grazie all’accumulo di ore straordinarie si può portare a casa uno stipendio, un salario lievemente maggiore rispetto a quello minimo consentito per legge in questo momento. Si tratta di condizioni di insicurezza, di repressione sindacale, perché - come stiamo vedendo - non appena i lavoratori alzano la testa per chiedere quanto gli spetta, la risposta è la repressione, addirittura con le armi e con fuoco. Si stima che l’85% delle fabbriche tessili cambogiane appartengano, appunto, a investitori esteri, specialmente cinesi, taiwanesi, della Malesya, di Singapore… I principali marchi che lavorano e che si approvvigionano in questo Paese per i loro prodotti di abbigliamento e anche calzaturiero sono grandi marchi presenti nei corsi delle nostre città.

D. – Quali sono le condizioni di vita nel Paese, invece?

R. – Le condizioni di vita sono sicuramente non semplici. Purtroppo, molti lavoratori abbandonano spesso le campagne per entrare nell’industria e nelle fabbriche proprio per cercare delle condizioni di vita migliori. Quindi è una situazione, per così dire, di classica guerra fra poveri. Una situazione in cui si va alla ricerca di un lavoro nell’industria, di un lavoro operaio per sfuggire a condizioni di vita difficili, molto spesso vincolate all’agricoltura… Il problema però è che non si incontrano condizioni di vita migliori, ma si va semplicemente a incrementare una situazione di sottosviluppo e di totale dipendenza da quelli che sono poi i poteri finanziari e gli investitori esteri, che non hanno alcun interesse a far in modo che questo Paese acquisisca una propria autonomia, sia economica, sia culturale, sia sociale.

D. – Qual è il ruolo del governo in questa situazione così difficile?

R. – In questo momento, il governo cambogiano sta venendo meno a un dovere fondamentale, che è quello di proteggere i propri cittadini da quegli abusi che appunto gli investitori esteri e la grande impresa compiono nei confronti dei propri cittadini ed abitanti. Quindi, il governo sta avendo una posizione molto difficile e molto dura, perché anziché trovare una mediazione, si allea con i poteri economici, arrivando addirittura a reprimere le istanze, che sono istanze di base, della sua popolazione. Quindi, una posizione decisamente inaccettabile.

Ultimo aggiornamento: 4 gennaio




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