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Home > Politica > notizia del 2014-01-29 11:42:24
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Stato dell’Unione. Prof. Fasce: Obama pronto a sfidare il Congresso su Iran e salario minimo



Il 2014 sarà l'anno della svolta per l'America: è la promessa di Barack Obama nel suo quinto discorso sullo Stato dell’Unione. Il 44.mo presidente degli Stati Uniti si è mostrato determinato ad affermare la sua agenda politica e sociale, per troppo tempo rimasta, a suo dire, ostaggio delle lotte tra partiti. “Se il Congresso si rifiuterà di prendere le misure necessarie per sostenere la classe media – ha avvertito - agirò per decreto”. Martedì, la Casa Bianca ha approvato l'innalzamento del salario minimo per i soli dipendenti federali. Un piccolo passo verso la strategia di lotta alle diseguaglianze. C’è poi l’impegno a fermare la violenza delle armi in America. E, ancora, la nuova promessa di chiudere il carcere di Guantanamo entro quest’anno. Da Washington, il servizio di Francesca Baronio:RealAudioMP3

Una mano tesa al dialogo, “Sono ansioso di lavorare con voi”, dice Obama al Congresso e all’America tutta; con l’altra, però, si appresta a dirigere e fare scelte anche senza l’appoggio dei Repubblicani. Dopo aver ricordato i propri successi, la ripresa economica, l’abbassamento del tasso di disoccupazione, la ritrovata indipendenza energetica degli States, il presidente torna sul suo “cavallo di battaglia”: le disuguaglianze e il rafforzamento della classe media. Tanti i progetti, scuola materna per tutti, il ripristino dei fondi per la ricerca e del sussidio di disoccupazione, l’importante riforma sull’immigrazione, ma anche ambiente ed energia pulita. Una difesa accorata dell’Obamacare, la tanto contestata riforma sanitaria e solo un cenno al bill gun, la riforma sul controllo delle armi, mai approvata. Il presidente assicura "un anno di azione" e annuncia l’uso di decreti esecutivi se non si troverà l’accordo con il Congresso. Ma i numeri parlano chiaro: il tasso di popolarità di Obama è al 43% le elezioni di mid term dietro l’angolo. Il primo presidente afro-americano ha solo pochi mesi davanti per garantirsi una legacy prima che il Congresso si concentri sulle elezioni presidenziali del 2016.


Per un commento sui contenuti e il tono, particolarmente deciso, del discorso di Obama, Alessandro Gisotti ha intervistato l’americanista dell’Università di Genova, Ferdinando Fasce:RealAudioMP3

R. - Obama negli ultimi mesi, in almeno un paio di occasioni, ha mostrato una determinazione che gli era mancata in passato. In questo caso, direi che ha preso atto delle difficoltà di dialogo con i Repubblicani all’interno del Congresso e quindi gioca il tutto per tutto, essendo poi ormai avviato verso il completamento della metà del secondo mandato.

D. - Questo è un dato che chiaramente pesa. Ci sono le elezioni di mid-term - di medio termine - a novembre, e quindi, in qualche modo, bisogna approvare o comunque portare avanti l’agenda politica entro quella data, perché poi si guarderà già alle presidenziali del 2016 …

R. - Senza dubbio! E questo può forse giustificare il fatto - come notava il New York Times stamani - che al tono che è molto determinato, corrispondano delle proposte di politiche che non sono coraggiosissime… anche se, però, all’interno c’è questo discorso del minimo salariale che è una proposta importante.

D. – Il minimo salariale è appunto quello che ha colpito di più per quanto riguarda la politica interna: la battaglia per la riduzione delle diseguaglianze, e poi - ovviamente - l’accento sulla classe media, il nerbo e il cuore della forza dell’America…

R. - Non c’è dubbio. Mi ha colpito anche il fatto che, più che “classe media”, ha sottolineato il tema “famiglie”. Ecco, questo mi sembra un dato decisamente importante, anche se la questione del minimo salariale assumerebbe un rilievo più forte se si potesse passare attraverso una legge del Congresso che riguarderebbe un numero molto maggiore di lavoratori che - non dimentichiamo - o dipendono dal governo federale o lavorano su contratti del governo federale.

D. - Sulla politica estera una sottolineatura importante del presidente è stata fatta sull’Iran: "Se ci saranno nuove sanzioni da parte del Congresso - ha detto - porrò il veto". Anche questo è un dato molto significativo …

R. - Si tratta di una questione molto controversa. È un passaggio che non ha ricevuto nessun tipo di reazione positiva, di sostegno da parte dei membri del Congresso, perché c’è ancora molto scetticismo rispetto all’Iran, anche se io credo che sia probabile che questa invece potrebbe essere una delle aperture ed uno dei momenti chiave della politica estera obamiana nei due mandati.

D. - Dopo questo discorso sullo Stato dell’Unione c’è un rafforzamento in qualche modo del profilo del presidente rispetto al Congresso. Peraltro, negli anni, nel tempo si è anche sottolineato un rischio a volte di overstretching, cioè di eccessivo potere presidenziale rispetto al Congresso. Qual è la sua idea a riguardo?

R. - La situazione di Obama, dal punto di vista della popolarità, è difficile, anche perché si è modificato molto il mondo dei media. Quindi, con questa pluralità e con questa diffusività degli strumenti mediatici, il ruolo che il presidente era riuscito a costruirsi in un secolo sostanzialmente nel ‘900 - pensiamo ai discorsi al caminetto di Roosevelt e così via - è decisamente più difficile e limitato. È molto probabile che andiamo ancora incontro a degli scontri, però non bisogna dimenticare una cosa: gli Stati Uniti si giocano il loro futuro! C’è da augurarsi che gli elementi estremisti all’interno del Congresso assumano una posizione più responsabile.

Ultimo aggiornamento: 30 gennaio




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