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Home > Politica > notizia del 2014-01-29 14:21:19
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Violenze in Centrafrica. Un religioso: serve forza d'interposizione estera



Si tiene oggi e domani ad Addis Abeba, in Etiopia, il vertice dell’Unione Africana dedicato alle crisi in corso in Sud Sudan e Repubblica Centrafricana. In Sud Sudan, si attendono sviluppi relativi alla tregua siglata dalle truppe governative del presidente Salva Kiir e dai ribelli dell’ex vicepresidente, Riek Machar, che si fronteggiano da metà dicembre. Per il Centrafrica, il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha autorizzato il dispiegamento di una Forza europea in supporto a quella già presente nel Paese, teatro da quasi un anno di sanguinose violenze commesse dai ribelli Seleka e dalle milizie anti-Balaka; la presidente di transizione, Catherine Samba Panza, ha invece chiesto all'Onu l'invio di Caschi blu. Ieri, nella capitale Bangui, colpi d’arma da fuoco si sono uditi nel quartiere PK-5, zona commerciale della città. Per un quadro della situazione centrafricana, Giada Aquilino ha raggiunto telefonicamente a Bouar, nella parte occidentale del Paese, frà Serge Mbremandji, provinciale dei Frati Cappuccini di Centrafrica e Ciad:RealAudioMP3

R. – A Bouar, il 17 gennaio gli anti-Balaka e gli uomini della forza regolare del Centrafrica hanno attaccato i Seleka, i ribelli che hanno preso il potere nel mese di marzo con Michel Djotodia. Volevano dunque cacciare i Seleka, gli stranieri – ciadiani e sudanesi – che da mesi occupano il Paese. Quel giorno, a mezzogiorno, quando hanno cominciato a sparare, la gente ha iniziato a scappare ovunque, rifugiandosi anche alla nostra missione, alla cattedrale di Bouar e dai carmelitani. Da noi, a Saint Laurent, c’erano 10.600 persone.

D. – Da allora cosa è successo? Come avete assistito queste persone?

R. – Per prima cosa, abbiamo aperto la casa, abbiamo assistito queste persone offrendo loro tutti i servizi che potevamo fornire. Non abbiamo cibo da dare alla gente che si è data comunque da fare, ottenendo qualche aiuto dal Pam, il Programma Alimentare. Ma comunque, la gente è rimasta da noi fino a questa mattina.

D. – E adesso la situazione com’è?

R. – A Bouar, quando gli anti-Balaka sono arrivati, i Seleka sono andati via. Ma, prima di andarsene, hanno ucciso molti civili. È anche vero, però, che gli anti-Balaka – che ora hanno preso il controllo – iniziano a prendere di mira i musulmani: rubano le loro cose, chiedono soldi, minacciano addirittura di uccidere.

D. – Qual è l’emergenza più critica in questo momento?

R. – Diciamo che in questo momento la gente è tornata a casa. A Bouar si può stare tranquilli. Il problema è che sulla strada da Bouar verso Bangui - circa 450 km - abbiamo un Centro della Missione dei Padri carmelitani che si chiama Baoro, che dista 60 km da Bouar. Lì, Seleka e anti-Balaka continuano a farsi la guerra. La situazione è difficile, perché non ci sono collegamenti telefonici, non si può comunicare. Ma comunque, operatori di Medici Senza Frontiere hanno potuto raggiungere Baoro: ci hanno detto che ci sono stati almeno 100 morti. In quella zona non c’è la Misca, la Forza internazionale che può frapporsi tra Balaka e Seleka, e quindi si uccide come se nulla fosse, si dà fuoco alle case… Sappiamo anche che i Seleka vanno alla Missione per sparare, per saccheggiare le persone. Quindi, a Baoro è molto dura in questo momento.

D. - Cosa serve, anche a livello internazionale, per il Centrafrica ora?

R. - Quello che noi chiediamo è, se possibile, la presenza della Forza internazionale in questi luoghi, per infondere più fiducia.

D. - Qual è la speranza per il futuro del Centrafrica?

R. - Per noi, la speranza è che la pace arrivi il più presto possibile. E soprattutto, che ci sia sicurezza per la gente, per i civili. Credo che con il tempo, pian piano, sia possibile ricominciare a vivere tutti insieme.

Ultimo aggiornamento: 30 gennaio




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